dicembre 27, 2009

Colui che sarà noto come il Campione, parte 1

Ma come era la vita a Nulb? Come poteva essere la vita per qualcuno che di goblin e Campioni non ne aveva mai sentito parlare? Forse Caspar ne sapeva qualcosa. Sette anni, piccolo, sporco, lentiginoso e con la pelle chiara ma sozza. Uno scricciolo arruffato che con dei calzari fatti di stracci(fin tanto che trovava stracci da legarsi ai piedi) correva su e giù per la capitale. Per lui Nulb non era altro che mattoni, rovine, soldati e muffa. Un sacco di umido che usciva dalle paludi oggi distanti grazie a quel che i grandi chiamavano bonifica. Guardie di ogni tipo: vecchie, balorde, arroganti, generose, alte, grasse, unte, viscide, caritatevoli, magnanimi. Per lui Nulb era questo. Strade sporche, cibo scarso ma tanta testardagine. In Nulb questa testardagine era come impregnata in ogni cosa. Nei muri, nei tetti, tra le strade e i vicoli. Tra i neonati e i moribondi, un luogo che a discapito di tutto e tutti era resistito a inverni, guerre, razzie e saccheggi. Caspar la immaginava come doveva essere agli albori, alta e splendente, favolosa. Cavalli alti e fieri come solo nell'Impero esistono, armature scintillanti, mercanti,muratori che lavoravano in qualche cantiere importante, semmai la cattedrale, contadini tra le bancarelle a vendere il proprio racconto(misero anche allora), uomini e donne a parlare, correre in un tumulto di fare e dire, dare e avere; tutto e tutti contro il clima di quel posto che sembrava non accettare la civiltà ma che questa si ostinava a perseverare. Per lui le giornate erano ancora un vago svago. Giocare stava diventando un lusso e i suoi genitori, semplici contadini senza proprietà con cui prosperare, l'avevano già preso per lavorare nei campi. Olive, insalata, ortaggi spesso stantii erano le sue mansioni principali. Il padre lavorava la terra e la madre ordinava il fieno, piantava i semi e tutte quelle mansioni che una donna di quell'età poteva fare. Nonostante tutto Caspar si divertiva, alla faccia dei suoi amici più piccoli che dominava a colpi di pugni e scherzi di ogni tipo. Lui era il capo in quella bolgia di bambini e mocciosi spesso delinquenti e vandali. La sua casa sorgeva abbastanza vicina alle mura della città. Sul lato ovest della capitale. Tutte le mattine si svegliava con quell'odore di verze tipica della sua catapecchia piena di sporco e vedeva le mura antiche e rovinate che lo sovrastavano. Il torrione ormai inutilizzato, il ponte un tempo levatoio era ora perennemente abbassato e nel fossato erano cresciute sterpaglie e cespugli. Sulle antiche mura crescevano piante e arbusti come se all'interno delle pietre vi fosse il sostentamento per quelle piante. A lui piaceva e andava bene così. E poi cambiò. Caspar crebbe, alto, non troppo bello e balbuziente. Sveglio di certo ma sempre un po' lento a fare le cose. Quell'aria da capo era sparita nella pubertà e la morte del padre aveva cambiato la sua vita. Ogni sera a casa, ogni mattina a lavorare. Niente feste e niente pause. L'ultima sera che si ricorda Caspar era una notte calda. Poi le fiamme. Poi le urla. Poi la porta che si sfondava. Dalla finestra tutto cadeva in ceppi carbonizzati. Donne grasse, vecchie, bambine, piccoli mocciosi, uomini forti e robusti tra cani e asini, il caos era ovunque. La porta. La porta venne sfondata. Un piccolo figuro. Cattivo solo a sentirne l'odore. Dietro di lui si potevano vedere altri piccoli figuri uccidere e scappar via i passanti. Da lontano, oltre le urla si sentì il corno dell'allarme di Nulb. Li avrebbero salvati! Un piccolo e inutile pensiero. Tutto fu bruciato in un attimo. La madre che si lanciava contro il goblin prima del figlio come a proteggerlo, Caspar che con la mazza di legno vicino a lui che correva contro il goblin. Sangue. Non il suo né quello del goblin. La morte della madre. Paura. Sangue ha una lettera in più di paura. E la paura è più veloce del sangue ad uscire. Caspar indietreggiò e il goblin corse dietro di lui. Il muro fu subito la tomba di Caspar mentre il goblin, bello e contento usciva da quella casa. Si sarebbe salvato, lo sapeva. Le guardie stavano arrivando le vedeva. Quegli stupidi dei suoi compagni si sarebbero scaraventati contro di loro come idioti.
Lui era superiore. Via! Indietro tutta. Colpire gli umani era sempre bello, indebolirli era un gaudio. Sapeva che sarebbe vissuto, il suo medaglione in qualche modo gliel'aveva detto. Graktar aveva compiti ben più importanti.
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