settembre 04, 2009

L'ultimo, colui che fu dimenticato

Ecco a voi la prima parte del racconto dell'ultimo, colui che fu dimenticato. buona lettura.

Lercio, scuro, cupo.

Il viale era sozzo di lordume dei passanti, dell’odore dei mendicanti e del letame delle bestie. La gente viaggiava sopra calessi. Mugnai, contadini, fabbri tutti indaffarati. Nel sentiero ingombro di sudore e puzzo c’è chi si fermava ad una piccola e sgangherata porta di legno scuro. La struttura era un tempo bella e gloriosa; grandi finestroni di vetro colorato, archi rifiniti e curati. Ora tutto era cambiato. Quel posto si mimetizzava ora con le catapecchie che erano sorte senza ragione di esistere. I balordi avevano accatastato casse, arnesi, carri, fieno, figlie che elemosinavano tutto senza badare a quel che avevano di fianco.La struttura ora, era stata cambiata, non rifletteva più l’antico splendore. Un vecchio pezzo di legno marcio e logoro dalle intemperie era appeso ad un architrave vecchio, forse, più dell’intera città.

Ristoro di Bramante.

La porta scricchiolò e insieme alla polvere e alla sozzura entrò anche un viaggiatore. Mentre lui entrava un orgia di fumi, mal’odori, e voci volgari uscivano da quella locanda. Il pavimento ancora poteva aiutare a chi se ne intendeva che quel posto poteva essere stato qualcosa di importante ma i villici non erano contemplati in questa scelta. Quello che era una sala d’attesa adesso era uno stanzone putrido e pieno di tavoli, sgabelli, culi, barbe, botti gocciolanti, muffa e insulti. Il camino che un tempo riluceva alla luce del sole ora era sporco e grigio ma sempre funzionante. Se almeno un singolo angolo di quella stanza avesse avuto il dono della parola tutti quei balordi si sarebbero inginocchiati per reverenza.

Il viaggiatore portava una semplice tracolla e un manto con cui coprirsi. Avanzò con fare sicuro per quanto il suolo non era pulito come l’ultima volta.I segni della vecchiaia ora erano molto più presenti, l’ultima volta era così giovane che quella città ancora doveva nascere. Con un sospiro, come per cacciar via quell’odore così nauseante andò verso il camino. Tac tac tac, il rumore dei suoi stivali lo sentiva echeggiare nella locanda. Molti si voltarono a quel suono così…ricco. Non ci fece caso e cercò una sedia e si mise vicino al camino. Il fuoco crepitava piacevolmente e il suo respiro si rilassò a quel calore. I rumori, i chiacchiericci, gli schiamazzi di quelle bassezze umane non lo sfioravano più di tanto, ormai si stava perdendo nel ricordo.

- Mi scusi, messer elfo, cosa vuole da bere? Le servo anche da mangiare e un posto dove alloggiare per questa notte? Sembra che oggi il tempo cambierà e metterà una brutta pioggia da ovest.- L’uomo era basso e pieno di capelli di un castano chiarissimo, quasi biondo. Le rughe davano l’idea di un uomo gentile e simpatico così come la sua stazza rubiconda. Il suo odore era ormai troppo mischiato col fetore degli suoi clienti. – Son Mastro Bramante, locandiere, oste, stalliere e servo dei miei clienti!- fece con fare allegro.

- Mi dia una qualunque cosa da bere di caldo e forte, l’himas è alle porte e il freddo sarà particolarmente gelido, nelle foreste gli orsi son già in letargo-

- Un così esperto elfo, lei verrà sicuramente da lontano.- Non vi fu risposta alcuna – Va benissimo messer elfo, ai suoi ordini- e sparì nella bolgia.

Il fuoco rimaneva lo stesso. In fondo le fiamme son sempre quelle, cambia solo il ceppo che le sprigiona. Eppure quella notte vi era lo stesso fuoco, lo stesso calore.Quando riaprì gli occhi, l’elfo vide Bramante dinanzi a lui con il suo bonario e flaccido sorriso adulatorio

- Vuole una stanza per la notte allora?- passandogli un bicchiere vecchio e scheggiato pieno di qualche strano liquore.

- Si –

- Ecco a lei la chiave allora- estraendo come se già sapesse il fatto suo la chiave dal camicione lordo.

Il liquore era tutto sommato buono. Nulla a che vedere con il distillato di magnolia del Dregherr o del sidro di Costabuia ma era sufficiente a scaldare le membra. Un buon sorso e il corpo iniziò a scaldarsi. La sedia tutto sommato era comoda e i pensieri viaggiarono all’ultima notte.

Un gruppo di ragazzi era intento a chiacchierare nella locanda. Le loro voci si perdevano nelle varie frasi scurrili che aleggiavano come zanzare di notte. Sul tavolo avevano un gruzzoletto di piccole monete di scarso valore eppur grande per la loro età. Il più grande aveva già ordinato la miglior birra a Bramante e l’elfo notò che invece diede loro sempre la solita birra annacquata. Il più piccolo, un ragazzino magro, lentigginoso e con i denti storti, lo vide e rimase estasiato. Forse non aveva mai visto un elfo. Il viaggiatore lo salutò con un leggero cenno del capo e riprese a pensare ai suoi ricordi. Il ragazzino si avvicinò all’elfo.

- Chi sei?- non avrà avuto più di sette anni e probabilmente non ne avrebbe vissuto più di altri tre.

- Sono un lontano viaggiatore a portare i miei ossequi a colui che è stato ivi dimenticato-.

- Io sono Bernino, il fattorino di questa zona, consegno ogni tipo di missiva a tutti i commercianti. Dicono che sono ottimo in questo mestiere perché corro veramente veloce! Ma a chi porta i vostri ossequi? Forse so dove abita.-

- Colui che cerco viveva qui.-

- E chi è?-

- Se ti va ti posso narrare la storia di colui che ha creato un sogno tra i popoli, ridato speranza al suo popolo e da esso dimenticato senza giustizia alcuna. Di colui che nel firmamento ha dato un ordine affinché coloro che viaggiassero sapessero ritrovare la via. Ma la storia è lunga, triste per il mio popolo e raramente la raccontiamo però la sua memoria è ormai offuscata dalla vostra insolenza nei nostri confronti. Ambras, la tua città era anticamente solo un piccolo villaggio nata da una comunità nomade.- Bernino fece di sì con il capo.

Intanto i suoi amici avevano già sperperato il denaro rubato.

- La storia è nota a pochi. A me, Nuerdilil, e pochi altri dimenticati. Quello di cui ti narrerò è la vita di Grivian, l’ultimo re degli elfi, amico dell’ultimo Elimnor, caduto per mano della vigliaccheria umana e per questo dimenticato. Siediti perché ciò che ascolterai non sarà più ripetuto.-

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