giugno 21, 2009

La terza tentazione di Loki, Maliedrin, racconto. La fine della prima era.


Grivian era ormai diverso. Gli elfi, i suoi fratelli, ora lo temevano. Il grande studioso, l’astrologo, così era chiamato ma ora non più.
Come un nomade viaggiava nella foresta degli Albori. Conifere, abeti, frassini, e mille altre cortecce egli ha visto. Ha solcato le vie dell’entrata per capire. Capire cosa stesse accadendo.
Il trono adesso come le sue scale mostravano l’antico retaggio. Anche l’elimnor sembrava essere migliorato. Il vecchio scranno intarsiato era tornato ad accoglierlo. La porta della sua stanza ora era aperta, finalmente. Da decenni gli elfi non respiravano un’aria migliore di questa. Eppure, tra i mille sorrisi, tra le feste che furono celebrate in onore dell’elimnor c’è chi non festeggiava.
Grivian ormai riposava lontano. All’ombra delle feste. All’ombra della sua comunità. Sempre più spesso il suo sguardo guardava verso le stelle, le stesse che li condussero lì, nella loro terra.
Gli inverni diventavano più sopportabili, i nascituri erano robusti e tutto sembrava come tornato alla normalità e nessuno che si domandava cosa fosse accaduto alla loro guida.
E Loki, nonostante tutto, li osservava. Era come abbagliato dalla loro vita. Ogni sua creazione a dispetto degli elfi era infida e maleodorante. Disprezzavano il sole, cacciavano per il gusto di uccidere e razziavano. Oltre la foresta degli Albori le sue creature conquistavano le terre di Laeg, eppure, egli non era soddisfatto.
Erindol, la guida, il saggio, il vecchio elimnor era di nuovo lì. Per leghe, chilometri, miglia. Passo dopo passo, oltre monti e fiumi, paludi e pianure gli elfi erano sopravvissuti. Grazie a lui. Come può l’idolatria del popolo rendere ciechi? Ogni elfo lo ammirava. Ogni madre portava suo figlio da lui a benedirlo, a toccarlo, anche solo un soffio di alito bastava. Come si può elevare un semplice mortale a eroe? Proprio lui, che nell’animo del suo cuore teneva celato la più infida delle verità? Proprio lui, che per sopravvivere aveva deciso di non uscire dalle sue stanze? Quale vile elfo può rendersi eroe e salvezza in questo modo?
Questi e più pensieri furono di Loki.
E di qualcun altro.
Le spire di Loki son come un latrato, egli si fa sentire dapprima, è cacciato, esiliato lontano, nella sua tana, ma non demorde. Continua a sibilare, abbaiare, striscia, ulula, e ciò che prima rimaneva inascoltata ora è ponderata.
Che stia sbagliando? Che le voci siano erronee? Possibile che ciò che si prova sia sempre sbagliato?
Il dubbio, la sua più infida arma. Un elfo può dormire con un’idea e svegliarsene con un’altra. Forse non la prima notte, ma come una goccia che può riempire il vaso, così il dubbio percuote la sicurezza e ciò che dapprima sembra ovvio, ora sembra innaturale. Maliedrin questo ormai ponderava. I suoi occhi erano solo per la sua comunità. I suoi occhi non miravano né al trono, né all’elimnor. Non s’interessava del potere. Il comando è per gli stolti. E così ogni notte, dall’ultimo secondo di luce, la stanza di Maliedrin si gonfiava di cupe ombre.
Salvezza.
I tuoi fratelli.
Le tue sorelle.
Sopravvivere.
Sicurezza.
Tra tutti gli elfi, egli era colui che più rispettava i suoi fratelli. Non vi era giorno che non aiutava un vecchio a costruire la culla per il nipote. Non vi era giorno che non aiutava la donna in un orto o i giovani a cacciare. Forte, come un tronco, preciso come un’aquila. Essere apprezzato non gli contava. Egli voleva solo il bene della comunità. La comunità siamo noi.
Ed Erindol questo non lo capiva. Per anni rimase chiuso nelle sue stanze. Come un fantasma si faceva intravedere dalla finestra. Per decenni il suo popolo ha sofferto gli inverni, la neve, la fame. Quelli che un tempo erano i giovani, le nuove braccia, adesso erano deboli, flaccidi. Senza vigore. Il suo popolo aveva perso la forza di vivere e lui non fece nulla. Poi, decise di uscire e risedere sul suo scranno. Che sia maledetto. E gli elfi ora erano di nuovo felici.
Nessuno chiedeva, nessuno si domandava. Tutti ormai sentivano il male, i sussurri notturni che dominavano la foresta. Un tempo non c’erano. Egli li ha chiamati. L’elimnor ci ha portati alla disfatta. Non ci ha difeso lui che più di tutti poteva. Lui che era la nostra guida si era esiliato per codardia.
E guardaci!
“Maledetto, fratello ingrato, vecchio codardo, figlio diseredato, Illegittimo.”
Queste parole egli pronunciò. Non una di più, non una di meno. Nella più fitta ombra. Seduto sul suo letto nel buio che Loki gli aveva creato. Le sue mani possono essere tanti, Loki lo sapeva. Molti elfi forse segretamente lo agognavano. Forse tante elfe nella notte speravano di incontrarlo. I fanciulli senza accorgersene lo amavano. Che il gioco sia il primo mezzo per amarlo? Fingere di essere altro? Fingere di uccidere? Porre fine al naturale in maniera improvvisa non è forse il primo modo per rendere grazie a Loki? Basta poco, stringere un uovo di pettirosso, calciare un cane e Loki è lì.
Ma tra tutti, Egli era lì, in quella stanza. Le tende e le finestre chiuse. La notte era il suo regno quanto il giorno, ma il non vedere il mondo che ci circonda ci porta agli abissi delle nostre incertezze, e lì che Loki attende. Lui non viene da noi ma siamo noi ad andargli incontro.
E Maliedrin ormai dinanzi a lui dialogava.
Ogni notte. Dal primo secondo di buio sino all’ultimo.
“Quanti dei tuoi son morti quest’oggi?”
Troppi.
“Quante mani son nate?”
Nessuna.
“Egli vi è affezionato come tu ami loro?”
Non lo so.
“Quanta voce usa per le vostre incertezze? E tu? Quanto lavori per loro?”
Non è così facile. Non tutto può essere calcolato. Egli è l’elimnor, non dobbiamo esserne grati.
“Ma lo sei; il suo Hielio, si sa, è vicino.”
Sì.
“E come si è permesso di non dare alcuna spiegazione al suo esilio?”
Queste e mille, e ancor di più, furono le domande che poneva a Maliedrin. Mai una risposta perché Egli può solo fornire domande? Il dubbio in se non cela mai una risposta.
E il passo seguente fu rapido.
La stanza era sempre la stessa. Lui si fidava del suo popolo.
Le scale anche al buio più cupo son sempre alte uguali. Il sussurro delle sue intenzioni riecheggiava come una litania all’interno delle vie, tra gli alberi e i cespugli. Le finestre erano chiuse. Tutti ormai nel sonno si proteggevano dagli incubi del giorno.
Le sue mani potevano essere armi più che sufficienti a fargli varcare il suo Hielio. Ma la lama, quel filo che egli tanto ama, era un giusto e rispettoso modo di dichiarare una nuova era per tutti.
Quella lama era comparsa nel buio, era apparsa ai suoi piedi, era un segno che ciò che deve essere fatto sarà. Egli era ingrato verso il suo popolo. Egli era ingrato verso Maeve. Egli era ingrato verso i suoi fratelli e le generazioni future. Egli era un codardo. Egli abusava del suo potere senza rispetto. Egli non è un dio e qualcuno glielo doveva far capire.
La porta, oltre le scale, non ha il tempo di cigolare.
La lama, come aria arriva alla meta. Non un ghigno, non un pianto, non la soddisfazione. Nulla. Solo un compito che era da fare.
Senza saperlo, senza accorgersene, la prima era finì. Chi scriverà il seguito non sarò io. La mia penna e la mia mano conoscevano il resto della trama. I saggi, altri vecchi che compirono il viaggio verso la foresta, processarono tutti. Bimbi, vecchi, giovani, donne e uomini. L’era della gioia era sparita. Il dubbio più atroce li aveva scossi sino alle fondamenta. Nessuno più si fidava. I fratelli ora erano elfi, le sorelle erano elfe. Nessuno più ricorderà i giorni del passato perché il dubbio ora li comanda. Gli interrogativi lì fan da padroni.
Le casate che sino a quel momento erano una famiglia saranno diverse. Chi cercherà altre rotte nelle stelle, chi conserverà il ricordo dell’Elimnor nel cuore degli alberi che egli trovò, e chi, per sedare i dubbi sarà esiliato. Maledetto, lui, la sua progenie, la sua dinastia. I figli dei suoi figli e di chi verrà. Che il loro retaggio venga meno dinanzi ai suoi simili, che questi alberi non li proteggano più come un tempo. Che l’esilio si compi, che le casate si sciolgano, che gli Albori siano la tomba dell’Elimnor e della sua casata.
E nella più cupa e arcigna ombra, Loki, sorrideva. Dopo secoli, sorrideva.
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